Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro.

(Fig…) S. Giovanni a Piro – Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista
Incipit
Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Romana di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta da Giacomo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.
Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia
Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo ‘L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas:

(….) Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, stamperia Chracas (Archivio Attanasio)
Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964. Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e di S. Nicola a Bosco e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum‘.”. Ebner aggiunge che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina alcuni dei quali sono pubblicati dal Di Luccia: 1) Nel 1294, con il quale Re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni; 2) Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa; 3) re Ludovico che confermava tale dominio temporale; 4) Nel 1468, un documento (7) contenente il consenso del re e del papa al giuramento di fedeltà da parte dei vassalli e cittadini di S. Giovanni a Piro all’abate del locale monastero; Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Dal suddetto ‘Archivio’ e processo, ff. 158 e 159.”; 5) la notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”; 6) Il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”; 7) Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”; 8) documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”; 9) Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”; 10) L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’università, da non ritenere investitura. Oltre agli anzidetti mancano altri documenti del ‘300 che ci informino della badia e del suo casale.

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Attanasio)
L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……“giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni ed in proposito scriveva che: “Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc., op. cit., pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124)“. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che “I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’. Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) “Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che “Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”.
L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.
Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota
Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che, corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.
I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’
Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e la zona di Taranto) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. Il Tancredi (…), a p. 50, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Alcune istituzioni basiliane divennero ‘Nullius dioeceseos’.”. Dunque, il Tancredi trae la notizia dal Di Luccia ma non dice la pagina. Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”.
L’Abbazia minore basiliana di San Giovanni Battista a Rivello posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Quali erano queste due abbazie poste una a Camerota e l’altra a Rivello. Il Laudisio scriveva che a Camerota “quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, da come leggiamo, secondo il Laudisio l’abbazia minore basiliana a Rivello deve essere “….e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio (….), a Rivello vi era un’abbazia minore basialiana dal titolo di S. Giovanni Battista. Sempre secondo il Laudisio l’abbazia minore di basiliani dal titolo di S. Giovanni Battista era stata “posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Non è proprio così come vedremo. A Rivello vi era un antico monastero che poi diventerà grangia dell’antico monastero di S. Giovanni a Piro e che quindi dipenderà dall’archimandrita del monastero o Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. Si tratta del monastero di S. Pietro a Rivello. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: “(per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721, vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….
Le cittadelle ascetiche ed i cenobi basiliani del ‘Merkurion’
Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane, traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Niceforo I, è stato patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, assurgendo a tale dignità sotto l’impero di Niceforo I (Foca), imperatore romano d’Oriente ma, venne deposto sotto Leone V l’Armeno per essersi opposto all’Iconoclastia di questo imperatore. Niceforo I, scrisse alcune opere religiose e storiche che riguardano la controversia iconoclastica e furono composte tra l’814 e poco dopo l’820, tra cui la cronaca storica ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, soppresse antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (24), sulla stregua del Di Luccia (27) “cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con i- naudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reinte-grati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Porfirio (10), così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ “Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (..) (.. – Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza , nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato“. Le notizie riportate dal Porfirio (10), circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre, è vera. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. La nascita e la diffusione del monachesimo greco sono legate innanzitutto, com’è naturale, alla presenza di popolazione di lingua e di cultura greca nelle regioni in cui il fenomeno si sviluppò. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. L’origine di alcuni centri dell’entroterra del basso Cilento, risale a molto prima del secolo IX. Il Borsari (…), e poi in seguito il Guzzo (…) ed il Palazzo (…), che riferivano la notizia, voleva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.“. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23)“. Ma i due studiosi, alla loro nota (63 – che corrisponde alla nostra nota 23), postillavano: “Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (…), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – e forse copiato. Il Volpe (…), traendo alcune notizie dal manoscritto dl Mannelli (…) che dice essere stato citato dall’Antonini (…), scriveva a riguardo Policastro: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (45).”. Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Natella e Peduto scrivono: ” Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.”. Il Tancredi (…), riporta in proposito un passo del saggio del Cappelli (…), che nel 1957, scriveva: “Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”. Pietro Ebner (…), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (14), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Il Tancredi (…), sulla scorta dell’l’Ughelli (…) e anche del Cappelli (…), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).


(Fig….) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

(Fig…) Gaeta – Starouteca proveniente dal Cenobio basiliano (italo-greco) di S. Giovanni a Piro
Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro

(Fig…) La Torre dell’Abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro
La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (…), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (…) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi, in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Il Guzzo (…), ed il Palazzo (…), sulla scorta del Borsari (…) e del Cappelli (…), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (…), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (…) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (…)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona è stato non sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (…): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Anche la tesi sostenuta da Natella e Peduto secondo cui “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo, come pure, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli.
Nel VII secolo, la venuta nel basso Cilento dei Bugari
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II a p. 487 parlando di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (1))”. Pietro Ebner, a p. 487, nella sua nota (1) postillava che: “(1) P. Diacono cit., VI 29.”. Pietro Ebner citava l’opera di Paolo Diacono. Paolo Diacono (in latino: Paulus Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit (Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799) è stato un monaco cristiano, storico, poeta e scrittore longobardo di lingua latina. La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670. La Historia Langobardorum è l’opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744. Esistono 115 copie dell’originale, ora perduto, e una delle copie più antiche e corpose è il Codice Cividalese (Cod. XVIII) della Historia Langobardorum, conservato nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. Dunque, Pietro Ebner cita il VI libro della ‘Historia Longobardorum’, p. 29 e cita anche l’anno 670 in cui Paolo Diacono ci parla della venuta nel basso Cilento dei Bulgari. Il VI libro parla della storia da Cuniperto alla morte di Liutprando. Qui si ferma la storia, cristallizzata al momento in cui la decadenza non era iniziata; fra l’altro è il periodo vissuto in prima persona da Paolo Diacono, nella prima parte della sua vita.
L’Abbazia italo-greca di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro
Recentemente, continuando ad indagare sull’argomento, sulla scorta del Peduto e Natella (…), abbiamo trovato un testo del Porfirio (…) che riporta interessantissime notizie su Policastro e quindi sul nostro territorio. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio (…): “Pixous-Policastro”, scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Ecc…”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…).
Pietro Ebner (…) scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou)(…), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (….) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Un altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’, scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (…) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (…) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (…): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (….): “L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio. Il Laudisio (…) che, pur scrivendo una pregevole storia sulla Diocesi, dice pochissimo (riportiamo la traduzione della ‘Synopsi’ scritta in latino che fa il Visconti – (…): “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del pontificato e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa Abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria (…) e, non riporta alcuna nota a riguardo. Dal momento della sua riorganizzazione – che fece l’umanista Teodoro Gaza – che, da Cenobio basiliano abbandonato e la formazione degli Statuti con l’Università (aragonese) di S. Giovanni a Piro da parte del Gaza su intercessione del Cardinale Bessarione e, fino al 1587, i Commentatori e Abbati dell’Abbazia di San Giovanni a Piro furono sempre in conflitto con i Carafa ‘della Spina’ e, con i Palamolla di Torraca. Il Palazzo (…), argutamente scriveva: “deve pur trovarsi nell’Archivio della Cappella Sistina, dove, dopo l’avvenuto passaggio della Commenda basiliana a quell’Ente, furono trasportati atti e documenti, come afferma il Di Luccia, il quale, per averlo attestato, dovette prenderne personale cognizione durante la sua lunghissima permanenza a Roma.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, Domenico Martire (…), riporta a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; ecc…”. Dunque, nell’elenco che riporta Domenico Martire, figura la “6. Grancia di S. Matteo a Policastro;”.

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., p. 150
Domenico Martire (….), a p. 151, in proposito scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. Pietro di Tamazzo nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. 5. S. Arcangelo nel territorio di Campora. 6. S. Matteo nel territorio di Policastro. 7. S. Pietro di Rivello. 8. S. Nicola di Siracusa nel territorio di Discola ecc…”. Dunque, Martire lo chiama Monastero S. Matteo di Policastro, che pone al n. 6 dei monasteri non soggetti al monastero Carbonense. Il Martire, a p. 151, di questi monasteri, non soggetti al monastero Carbonense, pone anche il “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie, unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma. 12. S. Benedetto a Policastro e 13. S. Nicola a Sapri.”. L’elenco continua fino al n. 17 e poi a p. 151 aggiunge: “17. S. Costantino alle Trecchine. Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3, fa menzione di altri monasteri chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: ecc…”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), e della sua “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico legale, nel quale si tratta di sua Baronia, Vassallaggio, Dominio e Giurisdittione del Dottore Pietro Marcellino Di Luccia di detto luogo a lui dedicato etc….” pubblicato a Roma, nel 1700, in proposito scriveva che a Policastro vi era il monastero di S. Matteo che dipendeva dal monastero Carbonense di …………….e poi aggiungeva che a Policastro vi era anche la “12. grangia di S. Benedetto”, grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che dipendevano entrambi dalla Cappella del Presepio nella S. Basilica Vaticana di S. Maria Maggiore a Roma (Cappella Sistina). Dunque, secondo Pietro Marcellino Di Luccia, la grangia di S. Benedetto a Policastro era una dipendenza dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, la cui intera proprietà era alle dirette dipendenze della Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, la Cappella Sistina eretta da papa Sisto V.

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., p. 151
Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (3), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Il Martire, cita il “Monastero dei Marcari” al n. 25. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F. A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Campagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara. Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.
Il monastero italo-greco di San Gaudioso a Rivello, grangia dipendenza dell’Abbazia di San Giovanni a Piro
Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino. Dunque, il Gaetani parlando dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro dice che essa possedeva il Monastero o la Grancia di San Gaudioso a Rivello. Biagio Cappelli (…), citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”:

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151
Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a Rivello, era il monatero di S. Gaudioso. Il Martire (…), nel suddetto elenco, aggiunge che vi erano: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Basilica del Presepio di Roma: 15. S. Gaudioso a Rivello.”. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc…”. Il Martire (…), prendeva queste notizie da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo Trattato Historico-Legale sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Infatti, anche Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 305, in proposito all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “il cenobio di S. Giovanni da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, …..di S. Gaudioso di Rivello ecc…”. Anche il Cappelli (…), le notizie sull’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, le traeva dal ‘Trattato Historico-legale di Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse nel 1700. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”:
(Fig…) Di Luccia (…), op. cit., p. 3
La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….
I Monasteri benedettini, S. Nilo, S. Fantino, S. Bartolomeo
Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel corso di questi studi e delle nostre continue ricerche sulle origini e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato il periodo medievale dei secoli IX e X, si è visto che, nel IX secolo, nel nostro entroterra, sorsero delle vere e proprie cittadelle ascetiche e monastiche, dedite anche alla copisteria amanuense di antichi codici greci miniati. Essi, si andarono ingrandendo con l’avvicendarsi della dominazione Normanna a quella Longobarda. Con la presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ – che il Cappelli (…), credeva doversi identificare con le nostre zone, si rafforzano alcune manifatture tipiche di quei tempi, come ad esempio la manifattura dei Codici miniati e manoscritti, ovvero la copia amanuense di antichissimi codici greci, che in questo modo ci venivano tramandati prima della scoperta della stampa a caratteri mobili. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie sulle origini del monachesimo basiliano e delle cittadelle ascetiche sorte in alcuni centri del nostro entroterra intorno al X secolo e, di una scuola di copisteria di monaci amanuensi, esistita nel Monastero o Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il monachesimo Italo-greco alle falde del Monte Bulgheria” e, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (6), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (44), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).
S. Nilo, S. Bartolomeo ed i Monasteri sorti sulla nostra terra
L’Antonini (…), nel Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, dopo il Muratori (…), è il secondo a parlare e, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”. L’Ebner (…), a proposito dell’Abazia di Rofrano, scriveva: “Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , parlando del Prinicipe longobaro Guaimario V, scriveva che: “Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Quindi, l’Ebner, a p. 33, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”, da cui traeva le notizie circa i precedenti rapporti avuti dal clan di S. Nilo, già ai tempi del X secolo, con i principi longobardi. Giovanelli, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’., dove ci parla anche di S. Nilo e del suo biografo e discepolo, Bartolomeo e, scriveva che: “…la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24)…”. Con ciò scritto, padre Giovanelli, racconta che la casa dei Duchi longobardi di Gaeta, conservavano la viva memoria di S. Nilo da Rossano, allorquando, nell’anno 995, dimorò per dieci anni, insieme al suo discepolo Bartolomeo, nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati). Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, sulla scorta di padre Giovanelli (…) e, del Fedele (vedi nota (85), Fedele, op. cit. e nella ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata dal Rocchi (…), p. 131 e s.), a p. 33, parlando del Principe longobaro Guaimario V, scriveva pure che: “Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”.

(Fig…..) Note a tergo della pagina n. 121, tratta dalla ‘Vita di S. Nilo’ (bios), manoscritto del biografo e discepolo di S. Nilo, S. Bartolomeo di Grottaferrata, pubblicata dal Rocchi (…).
S. Nilo nei nostri monasteri ed i feudatari Normanni
Questo argomento è stato da noi trattato in un nostro saggio ivi pubblicato, dove traendo alcune interessanti notizie su alcuni monasteri sorti nelle nostre terre e su alcuni documenti e privilegi Normanni che attestano la presenza di S. Nilo nella nostra terra ed alcune famigliedi feudatari Normanni, come la famiglia dei Marchisio. Nel nostro saggio dal titolo: “Scido (Sapri ?) in un documento d’epoca Normanna del 1097”, ci occupammo di un’antica pergamena normanna del 1097, pubblicato dal Trinchera (…) e citato dal Cappelli (…). Si tratta di un documento unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio saprese – in cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg……), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…). Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (84). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 4), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (…), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…). Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio.


(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).
Sull’origine dell’antica pergamena (…), il Trinchera (….), scriveva che provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Insomma, pare che l’antica pergamena, provenisse da un’antico monastero in Calabria. Il Trinchera (…), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell‘avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione dello studioso Robinson (citato dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (81). Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico Monastero del Carbone in Calabria. Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta del Robinson (…) e del Rodotà (…), collega l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossano – che in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).
La Baronia ecclesiastica ed il feudo di S. Giovanni a Piro dell’Abbazia di S. Giovanni Battista
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), e dello Schipa (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Pietro Ebner (…), a p. 227, vol. I, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ‘ad a.’ 1092 della concessione alla Badia del dominio feudale nel Cilento: “Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem etc…”. Qui Ebner cita l’interessante passo tratto da ciò che lui chiama: “‘Breve chronicon monasterii cavensi’. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perchè si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). ”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dallo Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna (…), nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”.
Dal 1167 al 1168, Guglielmo II d’Altavilla e l’affiliazione Carbonense di alcuni monasteri italo-greci e basiliani
La comunità di Carbone affonda le proprie radici in un passato che risale, grossomodo, all’anno mille. La graduale costituzione dei primi focolai residenziali si registra intorno all’area di quello che ormai è stato ridefinito come “Parco Monastico“. Il documento più antico, ad oggi rinvenuto, circa la presenza del monastero e quindi dei primi insediamenti monastici è dell’anno 1041. I monaci bizantini provenienti dall’Oriente, dopo aver attraversato la Sicilia, incrementarono la loro presenza nelle regioni centro-meridionali fondando numerose comunità giungendo anche a Carbone. E proprio qui edificarono un monastero, intitolato ai Santi Elia ed Anastasio, “unico nel suo genere”: si trattava di un’abbazia che mantenne inalterate le proprie funzioni fino all’anno 1809. Nell’anno 1167 il cenobio carbonese divenne “il baricentro” del sistema basilino dell’intero Mezzogiorno d’Italia: all’abate Bartolomeo venne affidato il controllo materiale e spirituale di tutti i monasteri basiliani situati tra le attuali Puglia e Calabria. Inoltre, da questa data e fino all’anno 1716, il monastero e quindi l’intera comunità di Carbone, risultarono essere ‘nullius diocesis’ (letteralmente: “di nessuna diocesi”) e dipendenti solamente dalla potestà della Santa Sede di Roma. Ulteriore evidenza storica che sottolinea l’assoluta importanza dell’abbazia è costituita dal fatto che nel Seicento ne fu affidata la sua “gestione” al Cardinale Giovan Battista Pamphilj, il quale fu eletto Papa nell’anno 1644 con il nome di Innocenzo X. Pietro Ebner (….), nel suo “Monasteri bizantini nel Cilento – S. Maria di Pattano*”, saggio pubblicato in ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno XXIX-XLIII, 1968-1983, a pp. 175 e sgg, a p. 192 parlando del monastero italo-greco di S. Maria di Pattano in epoca Normanna in proposito scriveva che: “E’ importante far osservare che nel riordinamento dei monasteri italo-greci, re Guglielmo (1167-1168) riunì sotto la giurisdizione dell’archimandrita dei SS. Elia e Anastasio del Carbone tutti i cenobi esistenti tra Salerno, Eboli, Valle del Bradano e Metaponto fino a Trebisacce e Belvedere Marittima. Pertanto, anche S. Maria di Pattano, veniva a trovarsi sotto la giurisdizione di quell’archimandrita.”. Pietro Ebner si riferiva al dominio Normanno sulla regione da parte di Guglielmo II° detto il Buono. Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Viene ricordato come uno dei monarchi siciliani che godette di maggiore popolarità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109).”. Il Campagna, nel suo “La Regione Mercuriense etc…”, a p. 262 parlando di Policastro in proposito postillava che: “(109) D. Martire, ‘La Calabria sacra e profana’, op. cit., I, pgg. 150-151; B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), pag. 29. G. Robynson M.A., History and Cartulary of the Greek etc…’, op. cit.; M. Spena, ‘Storia del monastero di Carbone’, Napoli, 1831.”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo” (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense. Sull’affiliazione carbonense il Campagna, a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 256, in proposito scriveva che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo greco sulla costa, esercitarono una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma. (60).”. Il Campagna a p. 256, nella sua nota (60) postillava che: “(60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e Cronicon Carbonense. Insieme col monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e Maratea, S. Costantino di Trecchina, S. Nicola di Sapri, S. Fantino di Torraca, S. Benedetto di Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Damiano, op. cit..”. Riguardo l’opera citata dal Campagna del Cronicon Carbonense si tratta dell’opera di Paolo Emilio Santoro (….) e del suo “Historia monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, pubblicato nel 1601. Santoro stilò una Historia monasterii Carbonensis (1601) in cui ricostruì, con tanto di fonti trascritte, il passato del cenobio. Tra i pochi testi citati (p. 14) figura il ‘De antiquitate et situ Calabriae’ di Gabriele Barrius (1571), attribuito a Guglielmo Sirleto; e alla stregua di quel libro l’opera appare come una storia sacra della Calabria e della Lucania a partire dal 10° secolo. I Normanni sono lodati per aver restaurato il cristianesimo in Sicilia e per le crociate; ma alle loro conquiste risaliva il potere di quei «tyrannunculi» (i baroni) che iniziarono a vessare, e vessavano ancora, i monaci e le popolazioni locali (pp. 46-47). La storia del Regno di Napoli fa da sfondo alla narrazione fin dalla lotta tra Federico II e il papato, difensore dell’Italia dalla crudeltà germanica. L’opera fu tradotta e continuata nel 1859 da Marcello Spena (v. nuova ed. di L. Branco, 1998). Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 30 scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebre monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Dunque, il Campagna, scriveva che molti monasteri italo-greci o basiliani che erano tantissimi sulle nostre terre subirono le sorti di molte istituzioni monastiche che, in seguito al passaggio del potere dai Longobardi ai Normanni, rifiorirono nuovamente grazie all’influenza esercitata su di esse dall’Archimandriato del monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone in Basilicata. Il Campagna nella sua postilla citava i testi ed i documenti trovati e pubblicati da Gertrude Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; “Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; Biagio Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), tutti testi che ho studiato e verificato attentamente. Su questi testi e sul loro contenuto ha pubblicato un interessante studio Gustavo Breccia (….). Il Campagna poi nin particolare sul monastero di S. Pietro a Carbonara di Majerà, a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Il Campagna (….), nella sua “Storia di Majerà” a p. 30 riferendosi al monastero di S. Pietro a’ Carbonara di Majerà aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit., ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro cita anche S. Giovanni a Piro ed in proposito scriveva che: “La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Riguardo invece l’antica “Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà”, il Campagna nella sua nota (112) a p. 263 postillava che: “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo, (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Dunque, il Campagna riassume un pò la cronistoria degli avvenimenti che riguardarono questi due monasteri. Il Campagna (….), anche sulla scorta del Di Luccia (….) scriveva dei due monasteri che subirono la stessa sorte. Infatti, dopo l’aggregazione dei due monasteri all’Archimandriato Carbonense e, dopo la Commenda del 1462 al Cardinale Bessarione, nel 1587 l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà fu aggregata alla Cappella del SS. Presepe o Cappella Sistina (dentro le mura della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma), con la bolla n. 58 di Papa Sisto V. In particolare il Campagna aggiunge pure che: “E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Il Campagna (….), a p. 262, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Dunque, queste notizie ancora una volta provengono dalla manoscritto del 1750 del Vanni (….) di cui ho già detto. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Per quanto riguarda gli antichi documenti che riguardano le affiliazioni carbonensi di alcuni monasteri vorrei citare il saggio di Padre Marco Petta. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….), a pp.. 97-98, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Dunque, padre Marco Petta (….) scriveva “Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia.” e aggiungeva che dei 29 manoscritti superstiti dell’Abbazia di Grottaferrata, nel 1700 furono prelevati da Pietro Menniti e fatti portare al Collegio di S. Basilio a Roma (7) che, nel 1786 furono venduti alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)(8). Il Petta (….) scriveva che: “….sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata”. Dunque non sono più quelli che possaimo vedere collegandoci alla BAV Archivio Barberini – Abbadie I e Abbadie II ma sono conservati presso la Biblioteca di Grottaferrata. Il Petta cita il Batiffol (…) che credeva che furono trasferiti a Grottaferrata dal Menniti stesso.
Ulteriori notizie storiche su S. Giovanni a Piro
E’ proprio sulla scorta del giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…) che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”.
Nel 1271, re Carlo I d’Angiò esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
Il Regno di Napoli, come Stato sovrano, vide una grande fioritura intellettuale, economica e civile sia sotto le varie dinastie angioine (1282-1442), sia con la riconquista aragonese di Alfonso I d’Aragona (1442-1458). Alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302) seguì la formale divisione del regno in due: Regnum Siciliae citra Pharum (noto nella storiografia moderna come Regno di Napoli) e Regnum Siciliae ultra Pharum (anche noto per un breve periodo come Regno di Trinacria e noto nella storiografia moderna come Regno di Sicilia). Pertanto questo trattato può essere considerato l’atto di fondazione convenzionale dell’entità politica oggi nota come Regno di Napoli. Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (…) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (…). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (…), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)“. Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).“. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41” e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.



(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc..per i seguenti focolari:” ed elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..” (…).



(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”.


(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300 , la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il ‘Portus saprorum‘ di Policastro (…).
Nel 1294, re Carlo II d’Angiò esentò dalle tasse S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro vi sono alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina come quello secondo cui, nel 1294, il re Carlo II esentò dalle tasse il villaggio soggetto al monastero di S. Giovanni.
Il 20 novembre 1295, Roberto, vicario del Regno, esentò S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
Pietro Ebner (…), ci informa che Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato Historico-Legale’, pubblicato nel 1700, di cui abbiamo parlato in premessa, ci informava che il 20 novembre 1295, il vicario del Regno, Roberto, concesse agli abitanti di S. Giovanni a Piro, “quod est monasterij sancti Johannis ad pirum”, l’esenzione dalle tasse per cinque anni avendo subito dalle incursioni nemiche danni tali da obbligarli ad abbandonare il villaggio, purchè tornassero “ad lares proprios”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 66, f 229, Napoli = vol. II, p. 432, n. 321. ‘Justiciarius Principatus presenti et futuri. Ad casalem sancti Johannis ad pirum (…) propter incursus et depredatione hostium, desolatum, quod est monasterio sancti Johannis ad pirum, piùm vertentes consideracionis intuitum, casale ipsum et homines Universitati eiusdem per quinque annos, a principio anni presesentis (…) de generalibus subventionibus (…) ut interim ad fortunas deveniant pinguiores et qui eiusdem casalis deseruentur necessario incolatum propter presentem gratiam ad lares proprios eximimus (…) Presentes autem licteras restitui volumus presentandi postquam illa videritis quantum et quando fuerit oportunum’.”.
Il 23 aprile 1296, il re Carlo II d’Angiò ordinò il pagamento al mercenario Pietro Mazza
Il 23 aprile del 1296 il re ordinò al giustiziere del Principato (10) di pagare mensilmente il dovuto al mercenario a cavallo Pietro Mazza, “qui custos est fortellicie Cripte sancti Johannis ad Pirum, prope Policastrum”. Lo stesso Pietro Mazza venne poi inviato al fronte, agli ordini di Raimondo Malobosco, capitano comandante “in dicta fronteria” (11). Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Napoli, 21 aprile 1295. Reg. 64, f 118 t = vol. II, p. 476, n. 364. Pagamenti da effettuarsi secondo consuetudine ai mercenari a cavallo operanti ‘in frontiera hostium in partibus Principatus’.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Napoli, 16 luglio 1295, Reg. 81, f. 113 e 82 f 119 t.”.
Nel …….., vengono occultati i fuochi per il censimento
Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”.
Nel 2 giugno 1300 re Carlo II d’Angiò esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
Il 2 giugno 1300 re Carlo II scrisse al giustiziere che scrisse ai fedeli che a causa dei danni subiti dai fedeli locali vassalli, esonerava “hominum casalis sancti Johannis ad Piro, de territori Policastrensi”, dal pagamento dei residui delle tasse e dalla metà della sovvenzione che proprio in quel momento si stava esigendo (13). Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Reg. 10, f 37 = vol. II, p. 673, n. 577.”.
Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: “Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’. La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studie e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p…… parlano del “Monasterium Sancti Petri de Tumusso”, e in proposito scrivevano che: “…………………….”. I due studiosi a pp……….. del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il “…………………..”, a p….. troviamo pure il documento n° “……………………………..”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio (?), Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “………………………………………………………….”.
Nel ……., il re esenta il Casale di S. Giovanni a Piro
La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.
Nel 13 dicembre 1318, Roberto d’Angiò, esenta dalle tasse il casale di S. Giovanni a Piro
Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. VI: “La finanza pubblica e la corte”, a p. 617, parlando delle imposizioni fiscali e dei diversi atteggiamenti della Curia angioina verso alcuni casali del Regno, in proposito scriveva che: “Altra volta, su i primi del trecento, come per il “castrum Milani” (Magliano), anche nel Principato, ogni fuoco dà un tarì e mezzo, cioè circa tre lire, prima della sciagura, per sentirsi costretta a dare tre tarì quando, ridotta la terra da 600 fuochi ad 80, la somma totale dell’imposta discende a….(3).”. Il Caggese, a p. 617 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. Ang., n. 220, c. 311t- 312, 2 ottobre 1318. Vi si accenna a docc. del 12 giugno 1305 e 16 giugno 1309. — La stessa proporzione è osservata per il Casale “Sancti Johannis ad Piram prope Policastrum”, dipendente dall’abbate di quel Convento: Reg. Ang., n. 220, c. 320-321, 13 dicembre 1318 .”. Nel 1320, con il quale il re (re Roberto e non Carlo II d’Angiò) ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..“. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.“. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12
Nel 1320, Carlo II d’Angiò esentava S. Giovanni a Piro dal pagamento delle tasse
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, dove, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, sulla scorta del Di Luccia (…) ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo e, ci segnala che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Dunque, il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Freccia Marino (…), op. cit., “Abbati”, foglio (pagina) 26, n. 28
Nel 1320, con il quale il re ordinava “alli giustizieri del Principato Citra, che non gravino con commissari l’Università et huomini” del casale di San Giovanni essendo sottoposto alla chiesa. Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte, che facevano li habitatori di d. loco le quali in recognitione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi anche un Breve di Sisto IV dell’anno 1473. dal quale si deduce che in quel tempo vi era detto Monastero, & in oltre, da una commissione del Rè Carlo Secondo inserita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:



(Figg…) Di Luccia (…), op. cit., pp. 11-12
Nel 1320, in un documento del re Carlo II d’Angiò risulta che il Monastero di “S. Petri de Maiera grancia” dipendeva dal Monastero o Abbazia di S. Giovanni a Piro
Nella trascrizione integrale del documento del 1320, pubblicato dal Di Luccia a pp. 12-13 possiamo leggere che: “Abbatis e Conventus Monastery S. Ioannis ad Pirum fuit Excellentiae nostra nuper expositum, quod cum ipsi per se, e alios eorum nomine tenentes, e possidentes, tenuerint, e possiderint, ac teneant, e possideant tenimentum S. Petri de Maiera situm in pertinentijs Castri Maiera de iurisdictione vestra, Dominus Guglielmus de Molinis praefatos Abbatem, ecc…”. Dunque, in questo documento del 1320 del re Carlo II d’Angiò veniva espressamente citato il Monastero di S. Pietro di Majerà quale grangia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”:


Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di Rivello
Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello “e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota e l’altra di San Giovanni Battista a Rivello. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata “posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito “I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: “(per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721, vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I° ed., vol. VII, p. 542
Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: “(per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: “Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che: “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), e rimanda al codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della Vulgata. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Questo codice è intitolato “Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV” :

(Fig….) Codice Vaticano Latino 2101, p…..
La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…), D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151
Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la sua ‘Historia del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).
Nel 1348, re Ludovico ordinava al Conte di Policastro assistenza all’Abate
Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Inoltre, si rileva sempre dal Di Luccia (…), a p. 12, che dal Processo de Caro del 1567, si rilevavano ancora altri interessanti documenti riguardo l’Abbazia di S. Giovanni a Piro come ad esempio la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.

Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, a pp. 11-12, parlando dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Che detto territorio di S. Giovanni: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli, non se ne può dubitare,…………, il tutto risulta dalle risposte,…..ecc…e dalla lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1348 al signore Conte di Policastro per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone dell’Abbate di S. Giò: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, ecc…..inserita (?) nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Giò: & il conte di Policastro nell’anno 1567 per l’atti del Caro, e diretta alli Giustizieri del Principato Citra che non gravino con Commissari l’Vniversità & huomini del casale di S. Gio: essendo sottoposti alla chiesa, con tali parole: “Prefatos homines umanè….ecc..”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia postillava che il documento negli atti del Caro si trovava nei registri Angioini: “In Registro Caroli, fol. 1320, l. c. anno. 246. a ter.”. Poi il Di Luccia, sempre a p. 12, prosegue pubblicando l’intera trascrizione del documento con sigillo del 1583: “Carolus & c. Justitiarijs Valli Grata, etc…”. Dunque, il Di Luccia, in questo passo di p. 12 afferma che esisteva una “narrativa” di una “Commissione data dal Rè Carlo II, dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.
Nell’8 luglio 1349, il Conte di Policastro è nominato tutelare degli interessi dell’Università di S. Giovanni a Piro
L’8 luglio 1349 il conte di Policastro con reale provisione fu incaricato di tutelare gli interessi del monastero e dell’Università, da non ritenere investitura.
Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539
Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana“. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.
Il 7 marzo 1417, l’Abate Nicola, Archimandrita dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu eletto vescovo di Policastro
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 489 parlando di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Nel ‘400 già le notizie cominciano ad infittirsi. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da papa Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto 1471) archimandrita del monastero di S. Giovanni a Piro. Il 3 novembre 1449, per ordine del papa Nicolò V (1447-1455) venne destituito l’abate di quel monastero perchè “publice fornicari etc….”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – Un Abate Basiliano di questo Cenobio, Nicola, fu eletto Vescovo di Policastro nel 1417; gli successe Mons. Nicola Principato nel 1430.”. Il 7 marzo 1417 il capitolo di Policastro elesse vescovo l’archimandrita (14) Nicola del monastero di S. Giovanni a Piro, elezione che l’Ughelli (15) dice confermata da Martino V. Il 15 febbraio 1441 papa Eugenio IV elesse vescovo di Capaccio Masello Mirto (morto nel 1471), archimandrita del monastero di S. Giovanni. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Della dignità di archimandrita degli igumeni della badia di S. Giovanni a Piro si apprende dal Laudisio cit. p. 35 (p. 17 della nuova edizione cit.) ‘altera S. Johannis Baptistae, archimandritae S. Joannis ab Epyro subiectae’. Il Laudisio si riferisce alla grancia di Rivello, badia minore dipendente da S. Giovanni a Piro.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Scrive l’Ughelli (Italia Sacra, VII: “XIV Episcopus Nicolaus Abbas Monasterij S. Joannis ad Pirum, Ordinis S. Basilij Policastrensis Dioecesis defuncto Roberto, a Capitulo electus est Episcopus anno 1417 septimo Kal. Martij, a Martino V confirmationem accepit. Cfr. Laudisio cit., p. 19: XIV Nicolaus abbas monasterij S. Johannis ab Epyro, Ord.s S. Basilii, episcopus an. 1417.”.
Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna II d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria
Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….
Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”.
Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria
Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…, donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.


(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.
Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.
Nel 1426, l’Abate di Grottaferrata Francesco Mellini
Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (110) postillava che: “(110) Follieri 1988, vedi anche App. (25) ivi”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (112) postillava che: “(112) Nel crisobollo di re Ruggero viene menzionata la grancia ‘Sancti Nicolai de Benevento’ non attestata in altre fonti. Cfr. Follieri 1988, pp. 64-75.”.
Nel 1426, il monastero e la grangia di S. Matteo di Policastro e la visita di Francesco Mellini, abate di Grottaferrata
Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Dalla ‘Platea’ apprendiamo, inoltre, che nel settembre del 1426 l’abate Francesco “ivit personaliter” nella città di Policastro per recuperare la grangia del monastero di S. Matteo “situm in porta dicte civitatis” (13).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella città di Policastro vi era la grangia del monastero di San Matteo, sito presso la porta della città (c. 56r). Nel settembre del 1426 l’abate Francesco Mellini ne riconobbe il diretto ‘dominum’ all’abbazia, ma dispose che essa rimanesse a tal ‘domina Mathea’ dietro corresponsione di tre libbre di cera all’anno per tutta la sua vita e che, alla sua morte, la grangia passasse a suo nipote dietro pagamento annuo, però, di due ducati aurei.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111).”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter’”.
Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.
Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”. Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: “Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).
Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.
