I Marchisio e i Florio, nel basso Cilento

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare due famiglie, i Marchisio ed i Florio che, come vedremo, hanno avuto un ruolo non secondario sulle nostre terre in epoca Normanna. In particolare, ci riferiamo ad un ‘Odo Marchisii’, citato in alcuni documenti membranacei d’epoca Normanna. Un documento del 1097 (citato dal Racioppi e dal Cappelli), un documento del 1080 (citato dall’Antonini) e in un documento del 1127, citano questo personaggio. Il documento, la pergamena (…), dell’anno 1097 è un documento  unico per la nostra storia – un privilegio Normanno concesso nel territorio saprese – in cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg…..), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….), di cui ci siamo già occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato. In questo documento del 1097, si citava il personaggio Normanno “Odo Marchisii” (…). Questo personaggio, come vedremo, sarà uno dei capostipiti di una delle nobili famiglie Normanne: i Marchisio (…), che dominavano sulle nostre terre fin dai tempi di Roberto il Guiscardo (…). Con i Marchisio, vi saranno in seguito rapporti di parentela con un’altra famiglia: i Florio, che hanno avuto un ruolo non secondario nelle nostre vicende all’epoca di re Guglielmo I, re Guglielmo II, Federico Barbarossa ed Enrico VI. Di questo documento, ho parlato ivi (Agosto 2017), nel saggio “Nel 1097, Scido (Sapri ?), in un documento Normanno”.

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, la cui trascrizione dal greco al latino è stata pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”.Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto.

I MARCHISIO

‘Odo Marchisius’ in una pergamena del 1097 ed in un’altra pergamena del 1126

Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva da ‘Odo Marchisius’, il privilegio – ‘Sigillum factum’ – di costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a ‘Scido’. L’antica pergamena del 1097, si trovava custodito e conservato negli archivi di una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina in provincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Chi è l’”ODO MARCHISIUS” , citato nell’antico documento (Fig. 1), pubblicato dal Trinchera (…), o l”Odo Marchese’ (di cui parla il Cappelli (…)) che, nell’anno 1097 – “…concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, …la facoltà (il privilegio) di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino a Scido“. L’antica pergamena (7), non parla di ‘Odo Marchese’ – come scrive il Cappelli – ma parla di un ‘ODONIS MARCHISII’. Il Trinchera (…), pubblicava a p. 128, anche un altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena: “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….). Il Trinchera (…) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (…) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, scrive: “Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Per Odonis Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig…, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchese e la vedova Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del Conte Ruggerio dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di settembre, del lavoro run e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”.

ODONE MARCHISIO o MARCHESE

Le tre antiche pergamene membranacee del 1097 e del 1127 e quella citata dall’Antonini (…) del 1086, (d’epoca Normanna) (…), ci parlano di un ‘Odo Marchisius’ (Figg……) o ‘Odone Marchisio’ e delle nostre terre. Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia. Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: “Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Altri credono che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in Ialiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Lo storico Pierre Aubè (…), a p. 42, parlando di Roberto il Guiscardo, così scriveva in proposito: “Roberto il Guiscardo. Era sposata con una Normanna, Alberada, che gli aveva dato un figlio, Boemondo, e una figlia, Emma. Il primo sarebbe diventato principe di Antiochia, la seconda la madre di colui che gli sarebbe succeduto…”. Dunque, Aubè sosteneva che il Guiscardo ebbe da Alberada di Buonalbergo (…), due figli, Boemondo I di Taranto e principe d’Antiochia (così lo chiama nell’indice dei nomi) e Emma da cui nascerà un figlio che succederà al Guiscardo. Questa notizia andrebbe ulteriormente indagata ed approfondita, in quanto Emma, la figlia primogenita del Guiscardo, sposò Oddone Bonmarquise (come ci ricorda Mario Caravale (…), sulla scorta del Caen(…)), da cui ebbe Tancredi d’Altavilla e Guglielmo. Dunque il figlio di Emma che succederà al Guiscardo, secondo l’Aubè (…), sarà Tancredi d’Altavilla. Scrive lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Lo storico Aubè (…), racconta dei matrimoni avvenuti dopo la morte di Eremburga, seconda moglie del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo. Aubè, dice che dopo la presa di Butera (in Sicilia), Ruggero I, sposò Adelaide del Vasto, sorella (non figlia) di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese del Monferrato degli ‘Aleramici‘. Aubè, scrive che il marchese Enrico del Vasto, dando sposa a Ruggero I, la sorella Adelaide (lui dice la figlia), riceve in dote i territori di Paternò, Butera, Cerami e Nicosia in Sicilia. Enrico del Vasto, nel contempo, sposerà una figlia di Ruggero I. L’Aubè, parlando di Ruggero Borsa, nipote del Gran Conte Ruggero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa.”. Lo storico Caravale (…), che sulla scorta del Caen (…), ci dice che il figlio di Emma, Tancredi d’Altavilla (nipote del Guiscardo), “Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno”. Dunque, Tancredi, primo figlio di Emma d’Altavilla e di Oddone Bon Marchis, divenne Principe di Galilea. Aubè (…), però scriveva pure a proposito di Emma, che “la seconda la madre di colui che gli sarebbe succeduto…” a Roberto il Guiscardo. Dunque, l’Aubè, sosteneva che Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Bon Marchise, succedesse a Roberto il Guiscardo. Poi però a p. 59, scrive che a succedere a Roberto il Guiscardo sarà l’altro figlio di Guiscardo, Ruggero Borsa, figlio della seconda moglie del Guiscardo, Sighelgaita. L’Aubè (…), scrive a p. 59: “Ruggero Borsa, viene subito riconosciuto erede di tutti i suoi titoli…”. Del Buon Marchese, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense (…), che scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiama ‘Marchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Infatti, lo storico Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Dunque, secondo il Musca (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Caen (…) (Rodolfo Cadomense), Tancredi era figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) ed inoltre è stato il successore di Boemondo I d’Antiochia. Infatti, il Tancredi citato era Tancredi I d’Antiochia. Troviamo un ‘Odonis Marchisii’, in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (…). Si tratta di un’altra pergamena: “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4), dove si citava ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (…), è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, nacquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò ‘Oddone di Bonmarchise’, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia. Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Altri credono che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte.

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

Di Meo, vol. IX, p. 14.PNG

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

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(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

antonini-1745-parte-iii-p-490.png

Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. (Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Rodolfo di Caen (…) e le gesta di Tancredi Marchisio figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisio

Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense che scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo di Caen, redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I° Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in Corpus ‘Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda il testo di Edmond Martène (…) che scoprì l’antico manoscritto del Caen (…), in un monastero della francia nel 1716 e lo pubblicò nel 1717. Lo storico Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo saggio su “Tancredi e i Bizantini”, parlando di Tancredi e delle sue gesta in Terra Santa, ci parla del  testo di un antichissimo manoscritto di Roul de Caen (…), ritrovato da Edmondo Martène (…), nel 1716, in un antico monastero francese di “Gesta Tancredi”, e che poi pubblicò nel 1717: “Alberti Aquensis Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux”, riportava il passo in cui Rodolfo Cadomense (…) o Roul de Caen, ci dice chi fosse Tancredi e suo padre Odo Marchisio:

Russo L.,

Martène E., tomo III, p. ...

(Fig. 5) Il passo di Rodolfo di Caen (…), sul ‘Odo Marchisio’ padre di Tancredi

Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Sempre il Russo (…), nella sua nota (29), sui genitori di Tancredi, ovvero su Emma d’Altavilla e Odo Marchisio, cita il Manselli (…), ‘Italia e italiani’, p. 116, e aggiunge: “Si noti che entrambi gli studiosi forniscono il nome di Odobono per il padre di Tancredi invece di Odone (ma lo studioso italiano ha corretto tale svista nella voce da lui stesso curata, ‘Emma d’Altavilla, in Dizionario Biografico degli italiani, II, Roma, 1960, pp. 541-542). Accettiamo invece l’interpretazione fornita dalla studiosa inglese che vede in Emma, la sorella e non la figlia di Roberto il Guiscardo (dunque Tancredi era cugino e non nipote di Boemondo) basandosi sul passo di Rodolfo di Caen quì citato, dove Odone è definito nei confronti del Guiscardo ‘Soriorum suum’.”. Dunque lo storico Russo (…), fa notare come alcuni ritenessero Emma, moglie di Odone Marchisio, sorella del Guiscardo ed altri la ritenessero figlia primogenita del Guiscardo. Troviamo un Odonis Marchisii’, anche in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (3). Si tratta di un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….), dove si citava Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (7), era il marito di Emma d’Altavilla, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo, nata dall’unione con Alberada di Buonalbergo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, naquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò Oddone di Bonmarchise, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). L’”ODO MARCHISIUS” , citato nell’antica pergamena manoscritta in greco (…), pubblicata dal Trinchera (…), è Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese), sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Oddone Bonmarchis, della nobile famiglia dei signori di Monferrato, divenne il genero di Roberto d’Altavilla il Normanno (detto il Guiscardo e, Duca di Puglia e di Calabria), sposando la prima figlia Emma, nata dalla prima unione del Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Alberada di Buonalbergo, era anch’ella di stirpe normanna. Guiscardo, l’aveva ripudiata nel 1058, poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni. Alberada – madre di Emma – sua figlia primogenita e, sposa di Oddone Bonmarchise (il Buon Marchese) – fu ripudiata dal Guiscardo che fece annullare le nozze, perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone), mentre il Guiscardo si risposerà con la Principessa Longobarda Sighelgaita, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) all’antica pergamena (…) (Figg…..), sulla scorta del Musca (….) e del Robinson (….), spiega chi fosse l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (…) e, scrive: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone“. Odo (o Eudes) ‘il buon marchese’ (XI secolo) era un nobile italo-normanno che governava una regione sconosciuta del sud Italia. Sposò Emma, ​​una figlia di Roberto Guiscardo, e avevano almeno tre figli, Tancredi e William, entrambi famosi crociati, e Robert, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che sposò Riccardo di Salerno. Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancredi come un margravio (marchio o marchisus, da cui il marchese) – che è sufficiente a confermare che era un italiano – ma non lo nominano. Molti identificano ulteriormente un fratello di nome William che era anche un “figlio del marchese”. Secondo Guglielmo di Tiro, “Tancredi [era] il figlio di Guglielmo il Marchese” (Tancredum Wilhelmi marchisi filium), ma la parola latina filium (figlio) è probabilmente un errore dei copisti successivi dove originariamente leggeva fratrem (fratello). Che Tancredi possedesse un fratello di nome Guglielmo è affermato dalla ‘Gesta Dei per Francos’, che registra un “Guglielmo, figlio del marchese, fratello di Tancredi” (‘Wilhelmus, marchisi filius, frater Tancredi’) tra i seguaci dello zio Boemondo di Taranto , alla prima crociata. In quello stesso documento, Tancredi viene chiamato solo “il figlio del marchese” (marchisi filius). Robert the Monk, elencando i crociati che hanno accompagnato Boemondo, menziona “i principi più nobili, cioè Tancredi, il suo nipote [cioè, il Boemondo] e il figlio del marchese …. (“nobilissimi principes, Tancredus videlicet nepos suus e marchisi filius”), confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più appropriato, che Tancredi era nipote di Roberto Guiscardo e figlio di un marchese (marchionis filius). Chiama anche il fratello di Tancredi, William Marchisus. Guibert di Nogent (…), esprimendo qualche dubbio sul fatto che abbia tutte le sue informazioni corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, accompagnato suo zio Boemondo alla prima crociata, e che suo fratello William accompagnava Ugo il Grande (“Tancredum marchionis cuiusdam ex Boemundi , nisi fallor, sorore filium; cuius frater cum Hugone magno praecesserat, cui Guillelmus erat vocabulum”). Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancredi, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultima, Emma. Alberto di Aix (…), o Alberto di Aquisgrana, un cronista del tempo, conferma che Tancredi era un figlio della sorella di Boemondo (“Tankradus sororis filius Boemundi”), ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, fa notare che Ruggero di Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi” (“Rotgerum … filium sororis Tankradi”), che quindi doveva essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanudo il Vecchio (…), riporta che Tancredi era il “nipote di sua sorella” di Boemia (ex sorore nepos). Due fonti contraddicono il primo, facendo di Tancredi un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominare suo padre. La ‘Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme’ di Fulcher di Chartres (…), lo chiama “cugino di Boemondo” (“Boiamundi cognatum”) e Jacques de Vitry (…), si riferisce a “Boemondo con suo cugino Tancredi” (‘Boamundus cum Tancredo cognato ipsius’). La prima biografia di Tancredi, è di Rodolfo de Caen (…) in ‘Gesta Tancredi’ (‘Deeds of Tancred’), lo elogia come “il figlio più famoso di un lignaggio famoso, [avendo] genitori scelti il ​​margravio ed Emma” (“clarae stirpis germen clarissimum, parentesi eximios marchisum habuit et Emmam” ). Tancredi era “il figlio di un padre non meno ignobile”, anche se questo padre non è stato nominato da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutta la Gesta Ralph chiama ‘Tancred Marchisides’, usando il suffisso greco-ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove riunisce Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se crede che Emma sia stata una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Aggiunge anche come fratello, Robert, “i Guiscardi, Tancredi e suo fratello William e Robert” (‘Wiscardidas, Tancredum et fratres Willelmum Robertumque’). L’unica fonte per dare al padre di Tancredi il nome Odo è Orderico Vitale (…), che, come Rodolfo di Caen, crede che sia un cognato e non un genero di Guiscardo. In un passo, scrive che, vedendo arrivare la sua fine, “il magnanimo Roberto [Guiscardo], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Bene, il marchese, [il marito] di sua sorella e altri parenti e nobili” . Quando Orderico elenca in seguito i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono” (‘Tancredum, Odonis Boni marchisi filium’). L’erudizione conosciuta di Orderico e la sua contemporaneità con Tancredi rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla questione della moglie di Odo, Emma, ​​l’Orderico sembra sbagliato. Dal momento che Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani ai tempi della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere figlia dell’omonimo Tancredi, Tancredi di Hauteville (d’Altavilla). Una altra interessante notizia che riguarda l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…), la leggiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di Camerota, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”. Poi il Gatta, disserta su un’opera di poesia e la laude al Duca Annibale Marchese, ‘Tragedie Cristiane’ (a). Il Gatta (…), dunque, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Nella sua nota (a) al testo, il Gatta (…), scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” – forse i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (…), o forse si riferiva al ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, ai tempi della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), , alla voce ‘Bonalbergo’, troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’altra notizia su Tancredi ‘Marchese’ che si reca alla prima crociata, è dal Gatta (…), tratta (vedi nota (b)) dalla ‘Guerra Santa’, un’opera dell’dell’Arcivescovo di Tiro (…). Il Gatta (…), sulla scorta di un’altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, ‘Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme’ (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di “Giovanni Marchese”. Il Gatta, quindi, lo chiama Giovanni Marchese e non ‘Odo Marchisi’. Il Volpe (…), parlando dell’origine di Camerota, cita le notizie riportate dal Gatta, ma lo confuta e aggiunge che alcuni credevano che “essa fosse accresciuta dagli abitatori scampati dalla depredata Melfe”, facendo la similitudine con il promontorio della ‘Molpa’ o ‘Melpe’. In effetti, questa remota ipotesi andrebbe ulteriormente indagata in quanto esiste un collegamento con la città lucana di Melfi, in quanto, la suocera di ‘Oddone Bonmarchis’ (o Giovanni Marchisio come lo chiama il Gatta), Alberada di Buonalbergo (nonna di Tancredi), dopo essere stata ripudiata dal Guiscardo, si fece in disparte e, si ritirò sulla rocca di Melfi. E con questa notizia storica, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come Camerota. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un ‘Tancredi Marchisio’ e, dei suoi genitori: Emma e di ‘Oddone Bon Marchisio. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”. Nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.”. Il cronista Rodolfo Cadomense è Raoul Caen (…), di cui parleremo in appresso. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato (Figg…..): “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando proprio l’antica pergamena da noi quì riportata (Figg. 2-3, pubblicata dal Trinchera (…)). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.”, riferendosi all’altro antico documento (Fig….). Il De Balasiis (…), alla sua nota (2) di p. 54, parla di “Gerardo Buonalbergo nipote di Sighelgaita, prima moglie di Roberto il Guiscardo.”. In questo caso, crediamo che il De Blasiis, abbia preso un abbaglio in quanto Sighelgaita è stata la seconda moglie del Guiscardo. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128., riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine. Dunque, secondo il De Blasii (…), il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’ o ‘Odonis Marchisii’, “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097” e, nel 1126, era il defunto marito di Sighelgaita, seconda sua moglie dopo la prima moglie chiamata Emma. Altri autori invece vogliono che Emma fosse sua moglie e fosse figlia di Roberto il Guiscardo che invece sposò in seconde nozze la principessa Longobarda Sighelgaita. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. Si tratta del personaggio Normanno l‘‘Odonis Marchisii’, citato anche in un’altra pergamena greca del 1126, pubblicata dal Trinchera (…), di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato.

Odonis Marchisii, i

(Fig. 6) Pergamena del 1126, in cui si cita ‘Odonis Marchisii’

Nell’antico documento del 1126, viene citata ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che succederà al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1079, è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Anche il monaco cronista normanno Raoul di Caen o Jumiegès (…), lo chiama ‘Marchisio’. Secondo alcuni, questo personaggio Oddone di Bonmarchis, era il marito di Emma, la primogenita di Roberto d’Altavilla, detto il ‘Guiscardo’, che durante la sua permanenza in Calabria Roberto, verso il 1051 sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo (figlia di Gerardo Buonalbergo), dalla quale nacquero: Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone di Bonmarchis. Emma e Oddobe di Bonmarchis, ebbero due figli: Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112) e Boemondo (c. 1055-1111), principe di Taranto (1085) e, principe di Antiochia nel 1098. Nel ‘Catalogus Baronum’, fra i baroni di Camerota, figura la famiglia ‘Marchese’. Infatti, un’altra interessante notizia sulla famiglia ‘Marchese’ è tratta dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie Topografiche-storiche della Provincia di Lucania’, Parte III, Cap. IV, a p. 292, sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), e dalla ‘Guerra sacra’, cronaca del tempo dell’Arcivescovo di Tiro (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”. Il Gatta (…), postillava nella sua nota (a) che la notizia era tratta da: “(a) Nel registro della Regia Zecca di Napoli”. Si tatta del ‘Catalogus Baronum’ (…), di cui abbiamo già parlato. Inoltre, sempre il Gatta (…), postillava alla lettera “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Si tratta di una cronaca del tempo, ‘La Guerra Sacra‘, da cui il Gatta trae alcune notizie. La cronaca del tempo citata dal Gatta (…), è  ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, che fu scritta da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, cronista del tempo (…), dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

Gatta sulla familgia Marchese(Fig. 7) Gatta (…), p. 292

Il Gatta (…), a p. 292, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Il Gatta (…), sulla scorta di un altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di “Giovanni Marchese”. Il Gatta, (…), dunque, lo chiama ‘Giovanni Marchese’ e non ‘Odo Marchisi’.

Gatta, p. 293

Infatti, anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, ne parla a p. 310, vol. II, alle voci ‘Marchese’, ‘Giambattista’, ‘Orazio’ e ‘Annibale’, tutti sotto il Comune di Camerota. Bozza scrive: “Marchese (Giambattista) della famiglia dei marchesi di Camerota, fu eletto a vescovo di Catanzaro nel corso del 18 secolo; Marchese (Orazio) di Camerota, valente capitano del 16 secolo, ottenne pei suoi servigi in guerra il titolo di Marchese di Camerota; Marchese (Annibale) dei marchesi di Camerota 1685-1753, fu poeta e compose molte opere: Carlo VI il Grande, pema, 4, Napoli 1720 – Polistena. Crispo, tragedie. 12 Venezia 1722 – Tragedie cristiane. 4, Napoli, 1729, vol. 2. – Il Vitichindo poema ecc..”. Sempre il Bozza (…), alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

UGO MARCHESIUS

Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone, in Calabria, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8.

Hugo Marchesius

(Fig. 8) Santoro (…),

Il Santoro (…), cita il personaggio Normanno, ‘Hugo Marchesius’, ma egli segnala solo che fu uno dei benefattori del Monastero di S. Anastasio ed Elia del Carbone in Calabria. Non si dice l’anno dell’eventuale donazione, e quindi non possiamo dire se l”Hugo Marchesius’ sia collegato con l’’Oddonis Marchisii’ della pergamena del 1097, pubblicata dal Trinchera (…). Certo è che questi feudatari Normanni della famiglia dei ‘Marchisio’, appaiono anche nel ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185. Ritroviamo un ‘Hugo Marchisius’, al n. 777 del ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185 ai tempi della III Crociata di re Guglielmo II. Il ‘Catalogus’ fu tradotto e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Nel n. 777, del ‘Catalogus baronum’, è scritto: “Manfridus Marchisius filius Hugonis Marchisii (I) et frater eius tenent de eodem Hugone Lupariam (2) ecc..”. ‘Hugonis Marchisii’, figura nel ‘Catalogus’ al n. 793 e vi è scritto che egli: “Manfridus Marchisius (7) tenuit de eo Campum de Prada (e), ecc..”. Un’altra citazione di altri familiari dei ‘Marchisio’, la vediamo in un saggio della studiosa Vera von Falkenhausen (…), che parlando delle donazioni al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), a p. 75, posto al n. 2 dell’elenco, cita un privilegio d’epoca Normanna, precisamente dell’anno 1091, sotto il regno di Guglielmo II detto il Buono. La Falkenhausen (…), scrive che: ” 2) 1091, Ugo Marchese e la moglie Cecilia danno allo stesso Biagio due chiese abbandonate, S. Nicola τον Βενεγιον sul Sinni e S. Zaccaria, situate nella loro signoria των Σικελων (111).”. La Falkenhausen, nella sua nota (111) di p. 75, postillava a riguardo che: “Robinson (…), n. XIII-62, pp. 195-198. Si tratta probabilmente di parenti del marchese Odobono e del figlio Tancredi, cf. nota 56 (di cui abbiamo già parlato).”. Dunque la Falkenhausen (…), sulla scorta di Gertrude Robinson (…), vuole che il personaggio citato nell’antico documento del 1091, Ugo Marchese, fosse un parente di Odobono Marchisio e di Tancredi d’Altavilla suo figlio. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un ‘Tancredi Marchisio’ e, dei suoi genitori: Emma e di Oddone Bon Marchisio. Padre Agostino Lubin (…), nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, del 1693, cita un’ Abazia sita nel Monferrato (nel Piemonte), in cui risulta una “Willa Marchionissa uxor Arduini, vocati Ardiccionis, filia Hugonis Marchionis” e scrive che la notizia è tratta da ‘Memorie di Matilda‘, lib. 3 di Francisco Maria Fiorentini, p. 45.

Lubin, p. 434 indice

(Fig….) Lubin (…), p. 434, pagina tratta dall’Indice generale

Infatti, il testo di Francesco Maria Fiorentini (…), ci parla della Contessa Matilda di Canossa. La notizia che è tratta dal Fiorentini a p. 445 (non p. 45 come dice il Lubin (…)), del lib. III (vedi la Fig…), dovrà essere ulteriormente esplorata.

Fiorentini, lib. III, p. 445

(Fig…) Fiorentini (…), lib. III, p. 445

Secondo alcuni, le origini di Odobono Marchisio, sono correlate a S. Chirico Raparo

Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Vediamo ora cosa dice Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

Di Meo, vol. IX, p. 14.PNG

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Infatti, il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

Troyli, vol. III, p. 439.PNG

(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (52), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (52), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Dunque, la Falkenhausen (52), cita un antica pergamena citata dall’Antonini (53), a p. 490, parte III, della sua prima edizione della ‘Lucania’, che parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che:

Antonini, 1745, parte III, p. 490

Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

(Fig. 3) Antonini (53), 1745, I° edizione, p. 490

Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Il Marchisio o Odo Marchisius, è citato in un altro interessantissimo documento d’epoca Normanna. Dunque con questo documento, di cui parliamo ora, siamo arrivati a tre documenti che citano questo dignitario Normanno. Dunque, l’antica donazione o privilegio citata dall’Antonini (53), e dalla Falkenhausen (52), è dell’anno 6594 che, secondo la studiosa, dovrebbe corrispondere all’anno 1085/1086. L’Antonini (…), scrive: “la donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2) ed Emma sua moglie…”, che poi vedremo in seguito.  Un’altra interessante citazione dell’antico documento privilegio d’epoca Normanna, in cui viene citato Odo Marchisio, ci viene da Wilma Fittipaldi (66), nel suo testo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità’, di recente pubblicazione, che, sulla scorta di Vera von Falkenhausen (…) e di Paolino Durante (…), a p. 250, cita l’antico documento citato dall’Antonini (…) e, scrive: “Nel 1086 il casale (l’abitato) di Castelsaraceno, spopolato e abbandonato, fu annesso al monastero greco-bizantino di San Chirico Raparo detto dell’igumeno Ninpho. L’atto di donazione con cui avvenne il passaggio è dell’anno ‘del mondo 6.594’ (ossia il 1086) da parte di Marchisius ed Emma  sua moglie, che sono da identificare con l’omonima sorella di Roberto il Guiscardo e Odobonus Marchisius, genitori di Tancredi (23): “Obtulimus sanctae Ecclesiae Sancti Arcangeli de Rapario, et tibi venerabili abbati Ninpho, et omnibus, qui ibidem, et tecum sunt, et erunt monachi suprascriptae Ecclesiae Sancti Archangeli, collapsum Castellum nominum Saracenum cum omnibus tenimentis eius P. Durante (24). Il possesso del casale da parte del monastero di Sant’Angelo al Raparo fu confermato ancora nel 1147 all’abate Clemente del Giustizierato di Basilicata che redisse apposito processo; gli abati di Raparo, anche sotto il regime commendatario continuarono a fregiarsi del titolo della Baronia di Castelsaraceno ed il rito greco qui fu abbandonato solo dopo il 1291 (25).”. La Fittipaldi (…), alle sue note (23) e (24), cita la Falkenhausen (…), e Durante (67). L’antico documento del 1086, citato dall’Antonini (…), fu pubblicato dal Paolino Durante (67) che, forse sulla scorta della “Chronaca Cavense”, lo riporta:

Durante, p. 144

Durante, p. 145

Durante, p. 146

(Fig…) Paolino Durante (…), le pp. 144-145-146, dove si parla dei Marchisio e della donazione al monastero di S. Angelo di S. Chirico Raparo.

In questo altro documento, simile a quello da noi citato, risalente all’anno 1097, ma molto più tardo, ci conferma la presenza nelle nostre terre di un “Odobono Marchisius”, come lo chiamava la Falkenhausen (…). L’arciprete Paolino Durante (…), chiamava questo dignitario normanno: “Manchisio, o Mango, e forse Marchisio, signore di S. Chirico, Emma di lui consorte e Roberto lor figlio,…”. La studiosa, sulla scorta di Evelin Jamison (…), che ha pubblicato il ‘Catalogus Baronum’ (…), afferma che Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo, fossero i genitori dei due fratelli Tancredi e Guglielmi, che entrambi seguirono Boemondo I alla prima Crociata in Terra Santa. La studiosa Falkenhausen (52), cita il personaggio Normanno del nostro documento (7) e aggiunge pure chi fosse il padre di Tancredi e di Guglielmo, che si unirono nel 1093 allo zio Boemondo per seguirlo nella prima Crociata. L’Antonini (53), scrive che: “In effetti, nella donazione che nell’anno del mondo 6594, fanno Marchisio o forse Marcisio (2), ed Emma sua moglie, al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodota in vari atti della S. C. di Napoli, trovasi nominato questo castello diruto…“. L’Antonini (53), nella sua nota (2) sui ‘Marchisio’, postillava che: “Alcuni han preteso, che di questo fosse stato figlio Tancredi, ricavandolo dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive:”

Cattura

(Fig. 4) La nota dell’Antonini (53), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen (…), sui Marchisio e Tancredi suo figlio.

De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta (“la conquista delle regioni orientali”), scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”.

De Blasii, su Oddone Bon Marchisio

Bon Marchisio per De Blasii

(Fig. 9) De Blasii (…), 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

Il De Blasiis (…), nel suo ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, a p. 54, nella nota (1), postillava: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“. Dunque, il De Blasii (…), riguardo la Famiglia dei ‘Marchese’ di Camerota, scrive che di Meo (…)(non De Meo), crede che “Tancredi Marchisio”, sia nipote di Boemondo, ed il Pirri (…), in ‘Chronaca Regione Sicula’, p. 13, sbaglia credendolo figlio del Duca Roberto il Guiscardo e di Ala, sua moglie. Il De Blasii (…), continua il suo racconto, affermando che su ‘Tancredi Marchisio’ se ne ha testimonianza nel cronista dell’epoca normanna, Rodolfo Cadomense o Raoul di Caen o Jumieges (…), autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana», riteneva che ‘Tancredi’, nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Orderico Vitale (…), in ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderico Vitalis o Vitale, dice essere sorella del Guiscardo. Sempre dal De Blasii (…), apprendiamo che del titolo di Marchisio argomentava il Muratori (…), in R.I.T.V., p. 282, dove si dice che ‘Tancredi‘ era di stirpe italiana, ed alcuni cronisti lo danno come fratello di Guglielmo (fratello del Guiscardo). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”.

Tancredi Marchisio Principe di Galilea

Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. ……), abbiamo visto che la sua origine non è certa, ne quella della sua nobile famiglia ma, di lui si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero le gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro; di Ugone Falcando; di Rodolfo Cadomense (Raoul Caen)(…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Il Caen (…), scrive di Tancredi: “Tancrede, un protagonista molto illustre di un’illustrazione illustre, aveva gli autori dei suoi giorni il Marchese e Emma.”, e poi, parlando del padre, Odo Marchese, alla nota scrive: “Le Mar quis Odon ou Guillaume; son nom et ses Etats soint incertaints.” che tradotto significa: “Il Marchese Odon o William, il suo nome ei suoi Stati erano incerti”. Dunque, Emma d’Altavilla, primogenita del Guiscardo e Oddone Bonmarchis (Oddone detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato ?). Emma era anche il nome di una sorella di Roberto il Guiscardo, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale cugino di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo nipote.

Nel 1096, la I Crociata e Tancredi d’Altavilla

Nel 1096, ventiquattrenne, Tancredi si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima Crociata. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale Bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio I Commeno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Instaurato il Regno di Gerusalemme, Tancredi, fu nominato principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, divenuto nel frattempo Principe di Antiochia, fu fatto prigioniero dai Danishmen didi, Tancredi fu nominato reggente. Durante il suo regno il territorio del Principato si espanse grazie all’annessione di terre sottratte ai Bizantini e a nulla valsero i decennali tentativi di Alessio di riportare queste regioni sotto il proprio controllo. Riguardo Tancredi (nipote del Guiscardo) e suo cugino il Principe d’Antiochia Boemondo I (figlio primogenito del Guiscardo), si veda il testo di Barile (…) ed il manoscritto del cronista dell’epoca Ordone Vitale (…). Vi sono delle notizie a riguardo citate da Ebner (…), tratte dal ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, in occasione della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono, e che sarebbe interessante metterle in relazione alla famiglia Marchese a Camerota e a Tancredi. L’Ebner (…), alle sue note (24) e (25), cita due documenti del 1136, conservati all’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni (ABC) e, scrive che si tratta di due documenti “(I-XXIV-2, agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero puellarum sancti georgii, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”.

Ebner, p. 334

(Fig. 11) Ebner (…), p….

L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 195, riguardo la famiglia Marchisio di Camerota, scriveva in proposito che: “.., anche mozzando le teste degli sgherri del signore di Camerota…(53).”. Ebner (…), con la sua nota (53), sulla scorta del Capecelatro (….) e di altri, postillava e parlava della famiglia nobile dei Marchese, di Camerota che si trovarono al centro dei tumulti popolani che sorsero nel Salernitano durante il Viceregno Spagnolo, e scriveva che: “De Turri, ‘Dissid. descrisc. receptaeque Neapol.’, Insulis, 1651, p. 305: “Ducem sane Camerotae, de gente Marchisia, plurima exulum satelitio ferocem circumvenientes populari sui: caesis exulibus quorum capita recisa Neapolim ostentui detulere, ducem ipsum captivum abduxere”. Sulle violenze di Paolo Marchese, “Marchio Camerotae e casalis Lentiscosae e Cusatorum” , v. pure ASN, ‘Collater partium’, vol. 151, ff. 100 e 165; vedi pure Capecelatro, ‘Diario’, cit. I, p. 178 e II p. 42.”. Come abbiamo visto, l’origine della famiglia Marchese di Camerota, non ne parla espressamente l’Ebner ma ne parleranno altri, che ne faranno risalire l’origine al normanno Bonmarchis. Ritornando a Tancredi, Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Così, il Musca (…), sulla scorta del maestro normanno Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla – dice che egli era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi – condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiama ‘Marchisio’.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p….

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..

I Marchisio nei regesti dei documenti della Certosa di Padula (…)

Lo studioso Carmine Carlone (…), pubblicò nel 1969, una serie di documenti provenienti dagli Archivi Cavensi, appartenenti alla Cerosa di San Lorenzo di Padula, dove si trovano citati i Marchisio ed i Florio. Per lo più documenti di epoca angioina al tempo di Re Roberto d’Angiò o di Luigi II d’Angiò. In questi documenti, vengono citati: 1 – Marchisio di Catania: doc. n. 959, anno 1391, p. 357; 2 –  Marchisio di Caterina: doc. n. 223, anno 1330, p. 95; 3 – Marchisio di Sirange: doc. n. 436, anno 1352, p. 173-174; 4- Marchisio Matteo: doc. n. 302, anno 1339 (1338), p. 124; 5- Marchisio Nicola: doc. n. 559, anno 1362, p. 211.

Nel 1125, ENRICO I “Arrigo” di SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che il capostipite Turgisio morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote di Guaimario IV di Salerno; rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Dei successori del primo si ricordano il nipote Ruggero Sanseverino, conte di Tricarico, che nel 1188 diede un numero considerevole di uomini e cavalieri per la terza crociata e Riccardo Sanseverino (1220-1267), conte di Caserta e vicario imperiale di Federico II. Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia; Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato; Ruggero Sanseverino (1235c.- † Marsico, 1285); partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento (1266) che vide l’avvento degli Angioini; Capitano Generale del re Carlo I d’Angiò nel 1285. Sposò Teododra d’Aquino dei signori di Roccasecca, sorella di san Tommaso d’Aquino; ecc…Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: Enrico I Sanseverino è ricordato nel 1125 per una donazione al monastero di S.. Giorgio di Duoflumina (3) e, nel 1140, per un istrumento a favore del convento di S. Biagio di Aversa (4). Sembra che sotto la sua signoria si formò, entro il limiti conservati anche in seguito, la BARONIA DI CILENTO, in cui si fusero le terre dell’Actus Cilenti con gran parte di quelle poste lungo il corso destro dell’Alento, appartenenti alla contea di Capaccio (5). Queste ultime, con ogni probabilità, erano state portate in dote da Sica e trasmesse in linea ereditaria alla sua morte, avvenuta prima del 1121, al figlio Enrico, come dimostra la summenzionata donazione di S. Giorgio (6).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Guillaume, ibidem, p. 90”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ego Henricus filius q. Rugerij, et Sicae, qui sum Dominus de illo Castro, qui nuncupatur Snctus Severinus…..(a. 1140; Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, 1752, p. 219).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. carta geogr. II.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Nella zona di Duoflumina altri discendenti di Pandolfo, I conte di Capaccio, rimasero possessori di beni isolati, che successivamente vennero donati alla Badia di Cava.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – Uomini e vicende”, ed. Reggiani, Salerno, sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (15). Non si può tuttavia escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento., d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (16).”. L’Infante, a p. 37, nella sua nota (15) postillava: “(15) Portanova, Il castello di Sanseverino, pag. 7 ss.”. L’Infante, a p. 37, nella nota (16) postillava che: “(16) Ventimiglia, Memorie storiche dei Casali ecc..”.

Nel 1127, RUGGERO DELL’ORIA, figlio di Ugone dell’Oria e di Altruda e, la contea dell’Oria

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall’Almanacco Calabrese del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Normanni….., Ugone dienne signore di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa, Apice, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che dal ramo degli Oria che passò in Calabria, “originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, ecc…”. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non gli riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128). A Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Rileggendo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. I due studiosi scrivevano pure che: “Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. I due studiosi, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62). In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63), offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti. Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65). Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum(…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96. (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel 1140/1176, Luca della Monica, feudatario di Camerota

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1140/1176 – La ‘Cronaca di Romualdo’, arcivescovo di Salerno, attesta che l’amministratore locale è Luca della Monica di Salerno (Ciociano, I, p. 55), il quale edifica la cinta muraria e le tre porte d’accesso alla rocca, (Archivio Cavense Cassa H, 12 marzo, Giustiniani, tomo III pag. 47, Ebner III e D’Alessio). I Benedettini e gli Ortodossi, cresciuti in potenza economica, sono in concorrenza tra loro (Guillou 277).”. Il Di Mauro cita il Ciociano. Infatti, Giovanni Ciociano, nel suo “Storie Camerotane”, parlando di Camerota e di Ruggero II nel 1140, pp. 53-54, in proposito scriveva che: “Tra i cittadini elettori degli amministratori dell’Università di Camerota – è feudatario un certo Luca della Monica da Salerno -, si trova Riccardo Florio, gran giustiziere del Regno, nominato da Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero II. Enel 1196 sarà uno dei giudici che processeranno il conte Riccardo della Mandra, imputato di congiura contro il Cancelliere Asclettino.”, aggiungo io “Asclettino”. Dunque, ritornando alla notizia del feudatario di Camerota: Luca della Monica di Salerno, il Di Mauro scriveva che egli era “l’amministratore locale”, mentre il Ciociano scriveva “feudatario“. Il Di Mauro scriveva che Luca della Monica fece edificare la cinta muraria di Camerota e le tre sue porte. Il Di Mauro cita in proposito un documento tratto dall’Archivio Cavense, H, 12 marzo 1140. Il Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, tomo III, a p. 47, in proposito scriveva che: “‘Luca della Monica’ di ‘Salerno’ ne fu possessore (I).”. Il Giustiniani, a p. 47, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Cassa H, mazzo 12……”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 586 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani afferma che Camerota fu anche posseduta da Luca della Monica di Salerno (43).”. Ebner a p. 586, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Cassa H, marzo 12, n….., in Giustiniani cit., ibid.”.

Nel 882 e nel 909, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. L’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in «Archivio storico per le Province Napoletane», N.S. , XXXVIII (1958), pp. 109–122. Riedito con il titolo Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale, in Italia Meridionale Longobarda, c. VIII, pp. 175–189 e in Italia Meridionale Longobarda, II ed., cap. IX (I parte), pp. 135–148.

I FLORIO DI CAMEROTA, SIGNORI DI CORBELLA

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre natuuralmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

Mannelli, p. 46v.JPG

Il Mannelli (…) scrive di Camerota e dei Florio (…), che: “Rese chiara e famosa questa terra al tempo dei Normandi, la famiglia Camerota così detta per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, della quale era quel Florio, che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, che essendo Giustiziero, fu uno dei Giudici nella causa del Conte Riccardo di Mandra, Conte di Molise, imputato di contro del Gran Cancelliere, e d’altri delitti annoverando i Giudici con questo Ordine.   

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r.

“quella opinione, quanto vera in alcuni particolari, tanto falsa in generale che il nominarsi tal’uno di qualche luogo particolare, dinotava essere padrone, ma per convincere con prova manifesta che questo Florio di Camerota, non fusse altrimenti Signore di questa Terra apportaro la numerazione de Baroni fatta a quei tempi, dove ne lui ne altro di tal famiglia si leggesi dominar di Camerota, ma ben altri luoghi. Dicesi dunque in quel Registro ‘Florius tenet Corbella Rendu 11 mil. Pro alio ……………fuit Rogery Russi, qui dictus est Rex, quod domini Rex, ………….obtulit mil. 11 il medesimo come Commendatario di Guglielmo Sanseverino offrì altra quattro soldati. Di un altro si legge ‘Raul. tenet Balius filii Rogery de Camerota tene 11 mil. obtulit mil. IV et pro alio Rendo uniui mility quod Domini Rex ei trudit, obtulit …augumento militi II’ fu Filippo di Camerota, fu parimenti fu Giustiziero Regio insieme con Luca Guarna, pure sotto de’ Re Normandi, come si nota nella cronaca di Romualdo, Regnando i Svevi, si ritrova memoria di Carlo e di Giovani dè Conti di Militello e di Montesarchio, come anco di Filippo erede del già detto Giustiziero. Ecc..”. Il Mannelli, prosegue il suo racconto sui Florio dei Camerota negli anni dopo gli Svevi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.“. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. Esiste un collegamento tra la famiglia dei Marchisio, al tempo dei Normanni del Guiscardo ed i Florio di Camerota, che ritroviamo nel 1185, citati nel “Catalogus baronum” ?. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”.

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(Fig….) Ebner (…),

Pietro Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto tempo dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8).. Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

Antonini, p. 412 sui Florio

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(Fig…) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…). Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, e scrive che Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro (…), ricorda “Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia citata da Ebner, riguarda re Guglielmo II e Camerota è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1176, Riccardo Florio di Camerota, nipote di Alfano, riceve l’incarico da re Guglielmo II il Buono

Secondo la Treccani on-line, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”.

Nel 1188, Riccardo Florio di Camerota, fornisce militi per la III Crociata

Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, e già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo II, ove figurava un ‘Florio di Cameroto’. A p. 42, Antonio Capano (…), ci parla di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi cita “Florio di Camerota” che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da ‘Bon Marchisii’ o ‘Bonmarchis’, che esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio de Cameroto’. Dunque, il La Greca (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlavano di un feudatario di Camerota, chiamato Goffredo. Secondo il La Greca, sulla scorta di Ebner (…), questo mercante Goffredo, aveva un figlio ‘Ruggiero di Camerota’ che compare nel 1188 nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: …………………….

Antonini, Florio, p. 411

Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Del ‘Catalogus Baonum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta..

Borrelli, p. 46

(Fig…) Carlo Borrelli (…), del ‘Vindex Neapolitani etc.’, p. 46

Camerota

(Fig. 12) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), e di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, ritroviamo “f. 30t 439. Florius de Cameroto (h)(3) tenet Corbellam (4) quod est sicut (c)” :

Florius de Camerota

Camerota

(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato da Evelin Jamison (…), a p….., troviamo un: “f…. 455. (Raul tenuit balium filii (b) Rogerii Camerote (3) quod feudam (c) duorum militum et cum augmento obtulit milites quattuor et pro alio / feudo unius militis quod dominus Rex ei redditit cum augmento milites duos (d). Una sunt inter feudam et augmentum milites sex)(e).”, ecc..ecc..”. Il La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) Dipendevano da costui anche Ebolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Pelitto e Goffredo di Ruggero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “…e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”.

La III Crociata in Terra Santa

La Terza Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino riuscì ad unificare le due fazioni, siriana ed egiziana, sotto il suo comando e forte di questa unione si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterrae il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206.

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 Massa col la zone (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1160, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO, e le nostre terre

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi

Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota (oggi un rudere) e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito postillava che:  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota zhe figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo il La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “……………………………..

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e la III Crociata al tempo di re Guglielmo II di Sicilia

Riccardo prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Suo padre e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino. Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Così fu costretto a temporeggiare. Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Il Catalogo dei Baroni: “Catalogus Baronum”

Del ‘Catalogus Baonum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta.”. Da Bartolomeo Capasso (…), a p. 26 si apprende che: “Altrove all’articolo 456 registrasi Ebolo Camerario, pel feudo di un milite, che teneva in servizio da Florio di Camerota;”. Sempre dal Capasso (…), a p. 28 leggiamo che: “Ma posto tutto ciò quale fu lo scopo di questo Catalogo, quando esso fu compilato, quando nuovamente rifatto? Il P. Carlo Borrello, che fu il primo a pubblicarlo, opinò che fosse stato descritto sotto Guglielmo il Buono, per una spedizione intrapresa in Terra Santa. Egli non determina l’anno di questa spedizione, ma il Duca della Guardia con più precisione afferma che…….

E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (128), postillava che: “Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna, la figlia decenne di Enrico II, a nome di Guglielmo II di Sicilia. La commissione, alla quale durante il viaggio si era unito l’arcivescovo di Rouen, doveva garantire al Normanno finanche le doti di avvertenza della principessa, e formalizzare le nozze, in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovveden negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovveden”. Antonini scrive che il cronista inglese Riccardo d’Hovveden (…), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Lo ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. L’edizione curata da William Stubbs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Forse è proprio da questa chronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”.

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Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gra Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe, citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc’, nel vol. XII, nell’Indice a p. 176, alla voce “Camerota”, scriveva: “Camerota, Camberota, o Camarota, in Principato Citra in Diocesi di Policastro, 1116.  n. 7. Sarolo di Cambarota ‘Ibid’ Florio di Camerota, Giustiziere, 1150. n i. Esiliato, va in Gerusalemme. V. 1165 n. 1. Ritornato, va per Ambasciata in Inghilterra, 1176, n. I”. Infatti il Di Meo (…), ci parla di Florio di Camerota e per l’anno 1116 al n. 7 ce ne parla a p….. Sempre il Di Meo, a pp. 287-288 ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1165 e racconta l’episodio del Vescovo di Capua e dei sospetti del papa verso congiurati a re Guglielmo II. Sempre il Di Meo, a pp. 168 del vol. …, ci parla di Florio per l’anno 1150. Sempre il Di Meo, nel vol…., a pp. 372-373, ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1176, all’epoca di re Guglielmo II e racconta l’episodio della commissione che si reca in Inghilterra da re Enrico II. Sempre il Di Meo, nel vol. XI, a pp. 428-429, per l’anno 1185, ci parla dell’accordo tra re Guglielmo II di Sicilia e l’Imperatore Federico Barbarossa e, in proposito scriveva che: “Scrive l’Anonimo Cassinese, che ‘Si fece una pace ferma tra l’Imperador Federico, e il Re Guglielmo. Esso Re mandò Costanza sua zia (amitam) in moglie all’illustre Re Arrigo figlio del detto Imperador Federico. Goffredo di Viterbo Prete Cappellano, e Notaio di Corrado III. Federico I e Arrigo VI. che ebbe nell’anno seguente diede a fine, e presentò al Papa Urbano la Cronaca sua, scrisse al seguente: ecc..ecc.., poi continua e scrive: L’Anonimo Cassinese notò ancora, che Guglielmo Re di Sicilia spedì un esercito copioso in Romania, e quivi prese la città di Durazzo ecc..ecc..Più precisamente Giovanni di Ceccano: ‘Il Re Guglielmo ordinò un massimo esercito di mare, e di terra: creò Capitano della flotta di mare il Conte Tancredi, e dell’esercito di terra fece Comandante il Conte ecc…’”. Sempre il Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Sempre il Di Meo (…), nel vol. X, a pp. 14- 434-436- 438, parlando del ‘Catalogo dei Baroni’, ed in proposito scriveva che: “Il Borrelli con altri crede, che il fin del Catalogo, e questo l’unico, fu di raccorre soldati per la spedizione di Terra Santa. Ma avendo scorso tutto con attenzione lo stampato dal Borrelli suddetto, e buona parte eziando dell’original Ms. non ci trovo, se non che parecchi asserivano se, o i loro Militi ‘pro auxilio magna expeditionis’. Così, p. 29 & 30 in Ripa Candida ecc..ecc…”. Poi ancora scrive il Di Meo a p. 438: “Che se parliamo del tempo della spedizione, per cui faceasi gente; io stimo, che ne fosse costante, e abituale il progetto, come lo era il bisogno, e che per molti anni fossero i nostri Popoli ad essi incitati. Quella in Africa ebbe luogo tra il 1159 e il 1180. ovver 81. una terza nel 1187. Si può aggiungere quella in favor del Papa del 1167.”. Dunque anche il Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata ?) ma la pone nell’anno 1189, prima della morte di re Guglielmo II il Buono.  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…),quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli.

Nel 1305, Matteo Mansella feudatario di Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1305 era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (50) postillava che:  “(50) A. Mazza, cit.,  p. 113.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Pietro Ebner postillando citava Antonio Mazza (…), ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, pubblicato nel 1681, dove a p. 113 parlava dei Mansella. Infatti il Mazza (…), a p. 113 del suo ‘Rebus Salernitanis’ scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Indagando sull’origine del borgo chiamato Buonalbergo, vediamo che Buonalbergo si pensa che sia stata fondata da alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella distrutti dai Barbari. I quali profughi ospitati dai Cenobiti della vicina chiesa di S. Maria, sorta sulle rovine di un tempio pagano, avrebbero chiamato quel luogo Alibergo. Ciò poté avvenire verso il 1000, poiché nella prima metà di questo secolo trovasi per la prima volta mentovato un ‘Gerardo de Bonne Herberg’, primo signore normanno dell’antica contea di Ariano. Egli vien detto il Gran Conte e fu il primo a chiamare Roberto il Normanno con il soprannome di Guiscardo e gli diede in moglie la propria zia Alberada. Le notizie su Gerardo di Buonalbergo non sono molte, soprattutto per quanto riguarda le sue origini. Sappiamo che la sua famiglia era di origine normanna ed era imparentata con gli Altavilla. Suo padre, Ubberto (?), era il fratello di Alberada, la prima moglie di Roberto il Guiscardo. È attestato nelle fonti a partire dal 1047, quando incontra il Guiscardo e gli offre la mano di sua zia Alberada e il suo aiuto, con 200 cavalieri, per conquistare la Calabria. Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a dare per prima l’appellativo di Guiscardo (volpe = astuto) a Roberto d’Altavilla. Nel 1053 partecipa alla battaglia di Civitate al fianco del Guiscardo. Dopo questa data la vediamo titolare della Contea di Ariano, che governò fino alla morte nel 1086. La notizia sul signore di Roccagloriosa: Matteo Mansella (…), tratta dal Mazza (…), e dall’Ebner (…), è da collegarsi ad un’altra notizia di cui ci parla il De Blasii (…). Il De Blasiis (…), sulla scorta del Trinchera (…), che li aveva già pubblicati, nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.“, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine.  Il De Blasii (…), si riferisce a due antichissime pergamene del 1097 e del 1126 in cui figura il personaggio Normanno Odo Marchisii. Dei due documenti ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi pubblicato, perché riguardano ‘Scidro’ ed il territorio tra Vibonati e Sapri. Nel 1097, Odo Marchisii, donava al monaco Sergio di Vibonati, il privilegio di poter costruire una chiesa o un monastero a ‘Scidro‘. Ma come abbiamo potuto accertare e detto in un altro mio saggio ivi pubblicato, riguardo l’origine del personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, egli era figlio di Emma (figlia di Alberada di Bonalbergo e di Roberto il Guiscardo) e di Oddone Bon Marchisio. Dunque, l’origine della famiglia Mansella (…), che dominò nel 1305 su Roccagloriosa, avvalora sempre di più la presenza all’epoca Normanna, sulle nostre terre delle famiglie dei Marchisio e dei Florio.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dalla Gertrude Robinson (…), abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., ‘Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia’, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190 (…). Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(4) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e, stà in Cappelli Biagio, ‘Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s., vedi anche nota (2) di p. 345.

(5) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(6) (Fig.….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80-81-82. Il Trinchera (…), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (…), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notissime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(7) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930. In ‘Orientalia Christiana’ XI. 5. 271-348 (1928), XV. 2. 121-276 (1929), XIX. 1. 7-197 (1930). Gertrude Robinson è scomparsa in Italia poco dopo questa pubblicazione, che non manca di alimentare il mistero sul curioso interesse che nutre nei confronti degli atti medioevali italo-greci, di cui questa edizione è il prodotto. È anche l’autore di un articolo contemporaneo su questa pubblicazione, che tratta delle chiese rupestri del Sud Italia: Robinson 1930, p. 186-209. E’ stata citata da Biagio Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), Gertrude Robinson, ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino. Robinson 1928-1930. La Robinson, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato curato da Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è t r a t t a dal voi. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti ^reci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).“.

(8) Musca Giosuè, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(9) Borrelli Carlo, Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(10) Capasso Bartolomeo, Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(11) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).” (Archivio Storico Attanasio)

(12) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(13) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(14) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

(15) Enzensbergher H., Catalogus baronum, in Lexikon des Mittelalters II, 1983, p. 1570 e segg.

(16) Antonini G., La Lucania – Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio ‘de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(17) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo le notizie sul ‘Catalogus baronum’, l’autore scrive nel Cap. IV, ‘Contee e baronie nel territorio’, da p. 208 e s., ed in particolare egli scrive sul ‘Catalogus’ a p. 227,236,238,239,241,249.

(18) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

(19) Gli Archivi Angioini, conservati nel ‘Grande Archivio’, oggi Archivio di Stato di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(20) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., Cap. IV, p. 292-293.

(21) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(22) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(23) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p……

(24) Cuozzo E., Catalogus Baronum- Commentario (F.S.I. n. 1, t. II, Istituto di Storia Italiano per il Mezzogiorno E.), Roma, 1984, p. 138, par. 469.

(25) Riguardo l’origine della famiglia Marchisio, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Per l’origine dei Marchisio, si veda pure l’opera di Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana»; si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Alfano N.M., op. cit. (32) e Ebner P., op. cit. (11). Per l’origine dei Marchisio, si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di OdoLo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”.

(26) Raoul di Caen o Jumiegès. Rodolfo Cadomense o Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana» o come ‘Gesta Tancredi‘). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen, lo chiama ‘Marchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…). Si veda pure di Oderici Vitale o Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Il Caen (13), lo chiama ‘Marchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, ‘Tancredus’, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’.

(27) Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(28) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi”, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno’. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: ‘Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno’, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(29) Pontieri Ernesto, si veda ‘Cilento‘, stà in Enciclopedia Italiana, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (10), pp. 148 sgg. 275 e s.

(30) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (…) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”. Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

(31) Tancredi, conte di Lecce (che diventò il IV re della Sicilia). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).

(32) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense (…) e di Pietro Diacono (…). Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada (….), di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica Scriptores’, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, ‘Romualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav.: facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(33) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

Inveges Agostino

(34) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(35) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(36) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’, p. 42, stà in ‘Storia di Licusati’, ed. Centro studi di promozione culturale per il Cilento, a cura di Amedeo La Greca.

(37) Pirri Rocco, Sicilia sacra, disquisitionibus et notis illustrata… Liber primus complectitur notitias trium Siciliae metropoleon Panormitanae, Messanensis et Monteregalensis …, Lugduni Batavorum, sumptibus Petri Vander, Bibliopolae & Typographi Academie atque Civitatis, 1723.

(38) Muratori A.L., Rerum Italicarum Scriptores, Tomo ?, p. 282

Luca Mannelli.JPG

(39) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Laudisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (…) (parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135), afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(40) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(41) Rodotà P., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”.

(42) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.

(43) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

(44) Mazza A., p. 113, vedi nota (50) di Pietro Ebner (…), “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422.

(45) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio), pp. 42, 65, 73, 74

(46) Caravale Mario, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXIII. Rome, voce ‘Bon marchese’

(47) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(48) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il ‘Chronicon Beneventanum’, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(49) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.

(50) Ruggero Borsa. L’Aubè (…), scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.

(51) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia meridionale, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

(52) Bozza Angelo, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277 ecc.. (Archivio Storico Attanasio).

(53) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681

(54) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(55) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, I° ed. Benedetto Gessari, 1745, parte III, p. 490, si parla di Odo Marchisio e di suo figlio Tancredi.

(56) Russo Luigi, Tancredi e i Bizantini, sui Gesta Tancredi in Hexpeditione Hierosolymitana di Rodolfo di Caen,

(57) Martène Edmond, Gesta Tancredi auctore Radolfo Cadomensi eius familiari, stà in ‘Thsaurus novus anecdotorum’, Tomo III, Paris, 1717, p. 107.

(58) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(59) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(60) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(61) Follieri Enrica, ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Archivio Storico Attanasio).

(62) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonensedell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995

(63) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(64) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(65) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(66) Petta Marco, Codici del Monastero di S. Elia di Carbone conservati nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata, “Vetera Christianorum”, IX (1972), pp. 151-171.

(67) Fonzeca C.D. – Lerra A., “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, ed. Congedo, Università degli Studi della Basilicata, Potenza, 16, Atti e Memorie, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(68) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016, p. 250 e ss. (Archivio Storico Attanasio).

(69) Durante Paolino, Vita di Santa Sinforosa protettrice di San Chirico Raparo in Lucania, Napoli, 1883, pp. 144, 145 (Archivio Storico Attanasio),  che viene citato in ‘La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini’, in Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978.

(70) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(71) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(72) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è t r a t t a dal voi. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(73) M.H. Laurent – A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(74) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provnienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(75) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(76) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p…, indice generale

(77) Fiorentini F.M., ‘Memorie di Matilda‘, lib. 3, p. 445 (e non p. 45 come dice il Lubin)

(78) Pietro Diacono (Roma, 1107/1110Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. La fama di Pietro Diacono dopo la sua morte non si diffuse oltre Montecassino, pur essendo stato egli impegnato in un’attività letteraria notevole sebbene spesso viziata da una fervida e sovrabbondante fantasia. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), “Falsificazioni relative a Odone circa s. Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863, e le contraffazioni intorno ad una presunta dipendenza del monastero di Glanfeuil da Montecassino, recepita dall’antipapa Anacleto II nel 1133 e confermata da papa Eugenio III nel 1147); infine le “Falsificazioni relative ad Atina” (Vite di santi e testi storici sulla città del suo esilio). Pietro fu anche autore di trattati esegetici sulla Sacra Scrittura e sulla Regola di s. Benedetto: Scolia in diversis sententiis, Scolia in Quaestionibus Veteris Testamenti, Exortatorium ad monachos, Expositio in Regulam S. Benedicti. Se in quest’ultima opera egli mostra di dipendere abbondantemente da Smaragdo, nell’Exortatorium attinge piuttosto ad Ugo di San Vittore e Ildeberto di Lavardin. Nelle prime due invece la fonte è costituita da una versione latina delle Quaestiones ad Thalassium di Massimo il Confessore. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali. Tra i due testi esiste una stretta correlazione nella quale appare come l’autore per la composizione del Registrum in larga parte abbia preso a modello la Chronica (Hoffmann, Chronik, infra). Un omaggio alla storia spirituale e letteraria di Montecassino sono poi rispettivamente l’Ortus et vita iustorum cenobii Casinensis e il Liber illustrium virorum archisterii Casinensis. Un altro profilo dell’attività letteraria di Pietro Diacono, che ne fa quasi un unicum nel panorama culturale del suo tempo e in certa misura un precursore dell’Umanesimo, è quello classicistico. Oltre alla Graphia aureae urbis Romae, la cui paternità gli è stata riconosciuta di recente da Herbert Bloch (Graphia, infra), Pietro Diacono trascrisse diverse opere che ci sono trasmesse grazie all’autografo codice Casinense 361 (il trattato De aquaeductu urbis Romae di Frontino, la sezione topografica su Roma del De lingua latina di Varrone, l’Epitome rei militaris di Vegezio) oppure in una sua copia tardo-quattrocentesca: Napoli, Bibl. Nazionale, IV D 22 bis (l’Itinerarium Antonini Augusti, brani tratti da Firmico Materno, un sunto da Solino, il Liber dignitatum Romani imperii). Egli inoltre, a parte un Liber de locis sanctis (Casin. 361), stando alla sua autobiografia, compose tra l’altro un compendio del De architectura di Vitruvio, lapidari, trattati sulle qualità magiche delle pietre. Ed ancora per volontà dell’abate Senioretto, in collaborazione con l’autore, emendò la “Visione” composta dal monaco cassinese Alberico da Settefrati. Una così abbondante produzione letteraria, nel momento stesso in cui declinava lo splendore irradiatosi da Montecassino quale centro di riforma della Chiesa nella seconda metà del secolo XI, sembra mossa da due obiettivi fondamentali: da una parte la celebrazione dell’abbazia cassinese e dall’altra l’acuto desiderio di tramandare la memoria di sé, della sua versatilità, di quella spiccata autocoscienza del suo ruolo di erede e trasmettitore delle memorie cassinesi, unita ad una quasi, e perciò esorbitante, identificazione con la lunga storia del suo monastero. Nell’insieme la sua figura è rappresentativa di un ancor vivo, seppur declinante, fervore culturale nella Montecassino del XII secolo: lettore vorace, erudito e poligrafo di grande rilievo, non sempre è considerato ugualmente attendibile. Herbert Bloch, uno dei massimi studiosi della storia del monastero cassinese, ha indicato le notizie sulla storia dei vescovi di Atina come un esempio tipico della sua “disinvoltura storiografica” e della sua attitudine a manipolare le fonti.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Il ‘Catalogus Baronum’

(…) Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla Duana Baronum, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. La duana baronum fu esportata dai Normanni nel resto del regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di:

  • gestire le terre regie e le proprietà demaniali
  • autorizzare la vendita delle terre
  • controllare l’operato dei baroni

Per ottemperare a questi compiti, nel Catalogus Baronum furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La Duana Baronum grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del Catalogus Baronum risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogo venne realizzato da Ruggero II tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle Assise di Ariano, con le quali Ruggero stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il Catalogo venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello; l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Jamison fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora e ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. Il manoscritto angioino venne distrutto nel 1943 assieme alla maggior parte dei documenti del Grande Archivio di Napoli (attuale Archivio di Stato di Napoli).

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 978-88-06-16925-1.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. Gesualdi, vol. II, 1975

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Attanasio)

(….) Porfirogenita,